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alessiamoscaLa crisi, la messa in sicurezza dei conti, i numeri risicati della maggioranza. La lista delle ragioni addotte, insieme o singolarmente, per giustificare l’immobilismo del governo potrebbero proseguire. Alibi o attenuanti che siano, un fatto è certo: per restituire slancio al Paese alcune misure sono a portata di mano. Basta saperle cogliere.


Pensiamo alla certezza sui tempi dei pagamenti. È un problema strutturale che colpisce prima di tutto i soggetti più deboli, vale a dire i giovani con partita Iva, le piccole e piccolissime imprese. Di questi temi abbiamo discusso giovedì alla Camera sulla base di un’interpellanza urgente del Pd al governo. La questione tocca un ganglo fondamentale su cui da tempi ci confrontiamo dentro TrecentoSessanta, l’Associazione di Enrico Letta. Lo stimolo è venuto, il 20 ottobre scorso, dall’approvazione da parte del Pe della Direttiva contro i ritardi di pagamento: il testo fissa a 30 giorni il limite massimo per il pagamento di fatture relative a forniture di beni e servizi, tra soggetti privati e se il committente è un ente pubblico. I termini sono estesi, nella transazione tra privati, a 60 giorni, previo accordo e solo qualora ciò non si rivelasse fortemente iniquo per il creditore.
Il governo non può più sottovalutare la questione e dire, come ha fatto in Aula il sottosegretario Viale, che si riserva due anni per agire: la Direttiva va recepita subito. L’indagine «Europea Payment Index 2010» traccia, infatti, un quadro da allarme rosso: la perdita sui crediti in Europa ammonta a 300 miliardi di euro, l’equivalente dell’interno debito della Grecia. Da noi il termine dei pagamenti da parte degli enti pubblici è triplo rispetto all’area Ue, con una media di 186 giorno contro 63. La situazione è diventata un’emergenza con la crisi, obbligando le aziende a far ricorso al credito bancario per la normale attività più che per gli investimenti per lo sviluppo. A complicare lo scenario la condotta degli istituti di credito mai come in questa fase intenti a tirare la cinghia.
A pagarne il conto più salato sono, appunto, microimprese e giovani professionisti: il costo è di circa 1 miliardo di euro l’anno. I ritardi più gravi sono quelli della PA, controparte cui nessuno vorrebbe rinunciare, ma che sfora costantemente i termini di legge. Lo Stato paga in ritardo. Le Regioni e gli enti locali fanno lo stesso. Il risultato, secondo la Commissione europea, è un ammontare complessivo di debiti di circa 60 miliardi di euro.
Alcuni Paesi si sono già mossi. In Francia è stato fissato un limite inderogabile a 60 giorni. In Spagna da aprile c’è la legge sulla morosità, che consentirà ai creditori di recuperare rapidamente l’importo delle fatture emesse. La normativa obbliga l’amministrazione pubblica a pagare i fornitori entro 30 giorni, mentre per i privati il tempo massimo stabilito è 60 giorni.
Buone pratiche, quindi. Quanto a noi, in attesa del recepimento della Direttiva, si potrebbe subito allargare a tutti i tribunali la sperimentazione del processo civile telematico avviata dal governo Prodi, approvare la proposta di legge Beltrandi-Misani sui pagamenti e ovviare ai limiti di un Patto di Stabilità poco razionale e poco orientato alla crescita con la riforma organica già presentata dal Pd. Più in generale, occorrono misure per far valere il titolo esecutivo contro la PA, invertendo così il trend inaugurato dall’esecutivo con la manovra dello scorso anno, che ha rafforzato le tutele dei soggetti pubblici e congelato le esecuzioni avviate contro le Als inadempienti delle Regioni sottoposte a piani di rientro. Tra le conseguenze più gravi dei mostruosi ritardi dei pagamenti per partite Iva e piccole e microimprese, c’è infatti una crescita esponenziale, e non naturale, del fabbisogno di credito. Più si ritarda a incassare, più si va in banca per anticipare liquidità. Oltre al danno la beffa: non incasso, chiedo più soldi alle banche, questi soldi mi costano di più. Un effetto perverso.
Ci auguriamo, dunque, che il governo agisca. Con più liquidità in cassa, le aziende e i professionisti potrebbero continuare a svolgere la propria attività, a investire e retribuire i propri collaboratori. Insomma, a fare quella che sarebbe la loro missione più alta in un Paese normale: «produrre sviluppo».

Fonte: http://www.alessiamosca.it/?p=753