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angelo longoniTra queste due foto ci sono di mezzo una cinquantina d’anni.

Inutile dire che siamo cambiati fuori e forse anche dentro. Infatti, a quanto pare, eravamo decisamente più seriosi allora. Nella realtà ci siamo divertiti fin da bambini per un sacco per cose che sono riaffiorate in un attimo adesso che l’Angelino ci ha piantati qui, da soli.

Onesto e generoso. Mi ha praticamente regalato il suo GoGo, un improbabile cinquantino con la sella bassa bassa e di color verdolino, insieme al casco in pelle, identico a quello di Snoopy, e ai guantoni neri da vigile motociclista.

Cocciuto e determinato. Si era messo in testa che la soluzione alla viabilità monzese fosse trasformare l’asse Manzoni-Appiani- Azzone Visconti a senso unico, sul modello del Ring viennese diceva lui…

Ironico e riservato. Allontanava con una battuta e un sorriso l’ombra che si era posata sulla sua salute.

Professionale e competente. È riuscito nell’impresa di rendere godibile un’intervista lunga un centinaio di pagine, durante le quali, per la prima e unica volta in vita nostra, ci siamo dati del lei.

Se ne è andato lasciandoci tutti di stucco. Un po’ come quella volta che vestito con il completo della Juve, sacca a strisce bianconere sulle spalle e pallone nuovo sotto il braccio, è sbucato dal sottopasso dell’oratorio San Gerardo. Eravamo sul campo a sette e aspettavamo qualcuno con il pallone: “Angelino giochi?” “No!” E ha fatto per andarsene. Poi però ci ha ripensato, è venuto incontro a noi e tutti insieme ci siamo messi a giocare la nostra partita.

Ciao Angelino, ogni tanto fatti sentire.

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